Nel nome del padre

nel-nome-del-padreNell’antica Roma, nella famiglia era riconosciuto un unico ruolo, quello del “pater familias”, egli era il capo della casa e possedeva il potere non solo su ciò che vi si trovava, ma anche su chi vi viveva. Quando nasceva un figlio, il padre poteva decidere se accogliere il bambino oppure poteva rifiutarlo, in quest’ultimo caso lo abbandonava in un luogo pubblico; in altri casi, aveva la possibilità di tenere il figlio e di venderlo poi come schiavo.

Dunque, il “pater familias” aveva il diritto di vita e di morte sui propri figli, ma dalla fine della Repubblica in poi si costituirono delle leggi per tutelare i figli dai possibili abusi dei padri, e nel periodo imperiale, i rapporti tra padri e figli iniziarono ad essere maggiormente improntati su una relazione di affetto e di cura. Una visione certo molto lontana dalla nostra, relativa al modo di esercitare l’autorità paterna e soprattutto al modo di vivere i rapporti familiari, che tuttavia fa riflettere su come nel corso del tempo ci sia stato un cambiamento radicale delle relazioni interpersonali all’interno del nucleo familiare, e in particolar modo un cambiamento significativo delle idee e del ruolo rappresentato dal padre e dalla madre.

La letteratura infatti ha dato ampio spazio alla relazione madre-bambino, una relazione di “nutrimento” non solo biologico, ma soprattutto psichico, contemplando poco la paternità come funzione, relegandola sullo sfondo di una relazione essenzialmente diadica.

Oggi si assiste ad un’ulteriore cambio d’immagine, in cui sembra consolidarsi l’idea che padre e madre sono figure fondamentali, che portano elementi diversi nella vita dei figli, elementi che in una relazione di armonia ed equilibrio, conducono il bambino ad un adeguato sviluppo psicologico. Il bambino, vive, nel momento della nascita in un rapporto di amore e di simbiosi con la madre, nella quale si comporta e agisce come se egli e la madre fossero un unico sistema. All’inizio una buona simbiosi con la madre, sorretta da un amore attento, è indispensabile affinché il bambino possa acquisire quella sicurezza di base che è fondamentale perché possa poi sviluppare una personalità armonica. Fin dai primi mesi di vita però, la presenza del padre come terzo, esterno alla diade madre-figlio è importante per favorire una buona riuscita della simbiosi. Amorevolmente tollerante della fusionalità iniziale, il padre presente sa sostenere la sua compagna e cogliere istintivamente il momento in cui rientrare nella coppia madre-bambino per favorire l’allentamento della simbiosi. Anche per la madre infatti è importante la presenza del terzo che la aiuti ad uscire dalla coppia simbiotica col figlio e ad affrontare senza timore gli aspetti depressivi che tale separazione talvolta comporta. Per il figlio poi, la presenza del padre è indispensabile, verso la fine del primo anno, affinché il bambino possa distinguersi dalla madre ed iniziare a percepirsi come individuo a sé. Spostando lo sguardo sul padre, il figlio si sente attratto dalla sua energia così diversa da quella materna ed inizia a stabilire con lui una nuova relazione, consolidando la loro relativa autonomia dalla madre onnipotente. Per la figlia è questa la prima forma di amore per il maschile. Per il figlio maschio si tratta invece di un amore per identificazione (del tipo: “da grande sarò come lui”) che lo spinge verso il padre, in una relazione di tipo non competitivo. Ora i figli hanno vissuto soprattutto nei confronti della madre, ma anche nei confronti del padre, un amore relativamente indisturbato. Con il passare degli anni le cose si complicano e diventano più difficili. L’attenzione dei ragazzi inizia a rivolgersi al di fuori della famiglia, alla società. Dal punto di vista della psicoanalisi è soprattutto il padre che ha il compito di guidarli in questa direzione, aiutandoli a sviluppare due funzioni psichiche complementari: di proibizione (“quello che dovrei essere”) e di aspirazione (“quello che vorrei essere”). La prima aiuta a formarsi una coscienza morale, ad interiorizzare i confini tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ad assumere come propri quei no che provengono dal padre. Verso gli otto-nove anni, poi, il padre stabilisce per il figlio il bene e il male, cioè i criteri di valutazione che corrispondono al significato di obbedienza e disobbedienza nei suoi confronti. Tutti noi ricordiamo come il nostro primo codice morale si sia formato sull’esempio dei genitori, ma soprattutto del padre. La seconda funzione, quella di aspirazione, spinge invece a superare quelle limitazioni intellettuali ed emotive che legano i figli alla famiglia. Per sapere che cosa desidera davvero, il figlio deve ora aprirsi alla cultura ed alla società.

Autore: Grazia Emanuela Perfido

Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche con indirizzo Psicologia delle relazioni di aiuto presso l'Università degli Studi di Bari, ha conseguito la laurea specialistica in Psicologia con indirizzo Clinico-Dinamico delle relazioni familiari presso l'Università di Padova. Specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo presso la S.F.P.I.D. con sede a Roma.

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