La Sindrome di Peter Pan negli adulti

peterpanPeter Pan è un ragazzo che non vuole crescere, che vive in un luogo magico ed incantato, l’Isola che non c’è ove trascorre la sua infanzia “senza fine” assieme ad uno stuolo di creature incantate, bambini, fatine, animali parlanti e pirati. L’idea di diventare grande ed assumersi le proprie responsabilità, lo spaventa talmente tanto che decide di rimanere bambino e non entrare mai a far parte del mondo degli adulti. Oggi molti individui, soprattutto di sesso maschile, hanno questa stessa tendenza. I soggetti affetti da questo disturbo, sono adulti giovani, che rifiutano l’idea di maturare e assumono atteggiamenti tipicamente adolescenziali. Tali atteggiamenti derivano da questo stato mentale di totale immaturità, rifiuto di assumersi ogni responsabilità e incapacità di impegnarsi seriamente in qualsiasi cosa che sia minimamente di intralcio alla propria spensieratezza e serenità. L’identikit dell’eterno fanciullino è il seguente: spensierato, attraente, affascinante, immune dai legami, apparentemente sereno ma profondamente immaturo e incapace di costruire una relazione stabile. Il “Peter Pan” è fortemente egocentrico, imprevedibile, misterioso, sfuggente, desideroso di primeggiare, intelligente e a volte ben inserito nell’ambito lavorativo. Rifiuta categoricamente il suo ruolo di adulto. Posto di fronte ai problemi concreti, trova il modo di scappare prontamente, rinunciando ad affrontare quelle tappe significative della vita che, seppur rischiose e avverse, risultano senz’altro necessarie per confrontarsi col mondo e raggiungere la piena realizzazione di sé.

Questa è una condizione psicologica che ostacola il percorso verso la maturità e impedisce la crescita. Tale condizione, sebbene non sia riconosciuta come patologia vera e propria, è comunemente nota come “Sindrome di Peter Pan”. La Sindrome di Peter Pan può essere descritta come stato psichico di particolare immaturità della sfera psicoaffettiva (nanotenia), in cui i rapporti amorosi vengono vissuti in maniera giocosa, sfuggendo dalla prospettiva di un legame solido, nel tentativo consapevole o inconsapevole di sottrarsi alle responsabilità di eventuali obblighi coniugali.

Il primo ad occuparsene in termini psicologici è stato Dan Kiley, psicologo americano, che nel 1983, scrive come, secondo lui, questa situazione fosse determinata da una sorta di trauma che provoca un blocco nella vita emotiva del soggetto quando è ancora bambino, mentre lo sviluppo intellettivo procede normalmente. Kiley descrive alcuni tratti caratteristici del disturbo: blocco delle emozioni, tendenza a rimandare gli impegni, incapacità di stabilire legami solidi e sinceri, tendenza ad evadere da ogni responsabilità, rapporto problematico con i genitori, problemi sessuali. Secondo Kiley, le radici della problematica devono essere ricercate nella primissima infanzia. Potrebbe esserci una carenza affettiva da parte dei genitori nei primi anni di vita del bambino che, una volta adulto, lo spinge a percepirsi indifeso di fronte al mondo e angosciato dagli ostacoli che farà di tutto per evitare. Durante l’infanzia si sviluppa la capacità di amare, si costruiscono i primi rapporti importanti. L’affetto genitoriale è fondamentale per insegnare al bambino a dare e ricevere amore.

Peter Pan è un bambino molto triste, percepisce intorno a sé un mondo ostile che lo spaventa e ciò lo fa sentire imprigionato nell’abisso dell’uomo che non vuole diventare e del bambino che non può continuare ad essere. Dunque l’unico mezzo a disposizione per affrontare la realtà, è scappare dalla realtà e rifiutarsi di crescere.

Nel tentativo di evitare la sofferenza degli adulti, questa persona vivrà una sofferenza ancora più grande: il disadattamento alla vita. Per vincere i disagi provocati dalla sindrome di Peter Pan occorre una corretta psicoterapia. Il Peter Pan ha paura di crescere perché ha paura di amare, perché non gli è stato insegnato ad amare o perché non è stato amato e, conseguentemente, si ama poco. Chi non sa amare si pone sempre come un bimbo che cerca di ricevere, invece che di dare. La prima mossa per venir fuori dalla sindrome è imparare ad amarsi per poter amare.

Autore: Grazia Emanuela Perfido

Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche con indirizzo Psicologia delle relazioni di aiuto presso l'Università degli Studi di Bari, ha conseguito la laurea specialistica in Psicologia con indirizzo Clinico-Dinamico delle relazioni familiari presso l'Università di Padova. Specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo presso la S.F.P.I.D. con sede a Roma.

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