La nevrosi

nevrosiIn Introduzione alla psicoanalisi (1933) Freud paragona la struttura di personalità a un minerale cristallizzato. Lasciandolo cadere si rompe, ma non in un modo qualsiasi. In ogni corpo cristallizzato, infatti, esistono delle microcristallizzazioni invisibili riunite tra loro per formare il corpo totale. Se si lascia cadere per terra il minerale cristallizzato si romperà secondo le linee di scissione prestabilite. Tali linee, quindi, definiscono la struttura interna del minerale. Stessa cosa accade per la struttura mentale. In condizioni di normalità è costruita in maniera durevole, specifica e invisibile; ma basterà un trauma per farla rompere proprio seguendo tali linee di scissione che nel nostro caso potranno essere di natura nevrotica, psicotica o stato limite.

Freud riteneva che quando la psiche di un individuo ha raggiunto un grado di organizzazione equivalente a una “cristallizzazione” definitiva, in seguito non sono più possibili delle variazioni. In caso di crisi dell’equilibrio precedente, un individuo con una struttura psicotica, non potrà che sviluppare una psicosi, e nel caso di una struttura nevrotica una nevrosi. Se un avvenimento qualsiasi interviene per rompere il cristallo, questo si romperà secondo le linee di forza e di scissione prestabilite durante l’infanzia o l’adolescenza del soggetto.

Una delle scoperte decisive fatte da Freud negli anni in cui lavorava sul significato dei sogni riguardava il tipo di ricordi e di segreti perturbanti  ai quali arrivava scavando nella psiche. Col proseguire della sua ricerca scientifica Freud si rese conto che i sintomi che pensava sparissero attraverso il metodo catartico, ricomparivano a distanza di tempo. Indagando su tali sintomi, scoprì che l’evento che sembrava essere all’origine di essi, spesso nascondeva un’esperienza spiacevole precedente. Se il sintomo non veniva fatto risalire a tale esperienza con molta probabilità riemergeva. Quando iniziò ad indagare sui ricordi portati alla luce, si rese conto che erano per la maggior parte collegati a episodi traumatici avvenuti nella prima infanzia (prima dell’età dei 6 anni) e che riguardavano principalmente attività precoci di carattere sessuale. Queste scoperte portarono Freud alla controversa Teoria della Seduzione Infantile: alla radice di ogni nevrosi c’è l’introduzione prematura della sessualità nell’esperienza del bambino.

La natura innocente del bambino non consente l’elaborazione di tali esperienze, e ne è nuovamente danneggiato quando la sua sessualità fiorisce naturalmente con la pubertà. Le nuove e intense sensazioni adolescenziali riaccendono gli antichi ricordi e sentimenti intrappolati nella loro forma grezza sotto la superficie della mente del bambino, creando una forte pressione che produce sintomi nevrotici. È stata una teoria molto contestata soprattutto se la contestualizziamo ai bambini dell’alta borghesia viennese. Il crollo della teoria della seduzione infantile, portò quindi alla Teoria della Sessualità infantile(1897). Le fantasie e i conflitti celati dai sintomi nevrotici dei suoi pazienti non derivavano da esperienze esterne, ma dalla mente del bambino stesso.

Freud era convinto che gli impulsi della sessualità infantile sopravvivessero in età adulta in due modi ben definiti: Camuffati > sintomi nevrotici / Manifesti > perversioni. Freud teorizzò quindi che tutti gli adulti soffrono di impulsi sessuali conflittuali, non soltanto coloro che da bambini sono stati molestati. C’è qualcosa di problematico nella natura stessa della sessualità umana, qualcosa che genera conflitti inevitabili e universali. Ciò che disturba è la natura conflittuale delle pulsioni stesse. In questo modo la psicopatologia non è un’intrusione dall’esterno, ma la distorsione di ciò che è interno.

La “normalità” non consiste nel preoccuparsi in primo luogo di “come fanno gli altri”, ma nel cercare durante la propria esistenza, senza angoscia né vergogna, come convivere meglio con i propri conflitti e con quelli altrui, evitando tuttavia di alienare il proprio potenziale creativo e i propri bisogni  più profondi. (J. Bergeret)

Nuove linee di pensiero ridefiniscono la concezione di “trauma”, da singolo evento infantile catastrofico (molestia), all’incapacità cronica dei genitori di appagare i bisogni psicologici del bambino in crescita. I delicati inizi dell’esperienza personale del bambino possono essere sostenuti, secondo Winnicott, soltanto dall’ambiente di “holding” protettivo creato dall’attenzione sollecita della madre “sufficientemente buona”. Appagando i bisogni del bambino e rendendone concreti i gesti spontanei, la madre lo protegge da tutte le intrusioni, sia esterne che interne. Il bambino è libero di fare ciò che ha bisogno di fare: fluttuare nello stato di going on being e attendere l’emergere spontaneo degli impulsi personali. La madre può frustrare il bambino in molti modi: permettendo agli stimoli esterni di raggiungere un livello doloroso, intromettendosi nello stato di base di tranquillità fluttuante, oppure permettendo ai bisogni interiori del bambino di intensificarsi fino a raggiungere livelli frustranti. Questi fallimenti hanno come risultato l’insuccesso nel proteggere la delicata condizione necessaria per lo sviluppo e la salute mentale. Per Winnicott il trauma non è soltanto l’introduzione di qualcosa di drammaticamente negativo e spaventoso, ma è più il fallimento della capacità di sostenere qualcosa di positivo, fondamentale per uno sviluppo psichico sano.

A partire da queste considerazioni molti altri autori hanno dato vita a riflessioni prendendo spunto e rimescolando elementi dell’originaria teoria della seduzione. Autori come Spits, Jacobson, Mahler ritengono che il bambino non venga traumatizzato da un evento sessuale, ma dalla patologia caratteriale dei genitori. A causa dell’incapacità di essi di fornire ciò che è necessario, per l’influenza intrusiva delle loro difficoltà e ansie, il bambino viene distratto dal delicato progetto di diventare una persona. La sua attenzione viene invece deviata prematuramente verso la sopravvivenza, verso i bisogni dei genitori, verso l’adattamento al mondo esterno, e questo può provocare distorsioni di sé.

Autore: Claudia Notari

Laureata in Psicologia Dinamica e Clinica della Persona, della Comunità e delle Organizzazioni presso l'Università degli Studi "Sapienza" di Roma. Iscritta all'Albo degli Psicologi della Regione Lazio con numero d'ordine 18227. Specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo presso la scuola "Scuola di Formazione in Psicoterapia a indirizzo dinamico" (S.F.P.I.D.) di Roma.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Risolvi questa operazione *