Etno-psicoterapia: per il sostegno all’integrazione

etnoterapiaL’emigrazione implica una frattura, un distacco; significa abbandonare, andare via, lasciare un involucro protettivo, la patria, e dirigersi altrove. L’altrove è un luogo lontano dai suoni, dagli odori, dalle sensazioni che costituiscono le prime tracce su cui si è stabilito un codice di funzionamento psichico. Significa trovarsi a metà strada tra due culture, «strappare le proprie radici dalla terra d’origine, cercando un modo di trapiantarsi nella nuova terra, con la necessità di non rinunciare a se stessi, alla propria identità» (Mazzetti, 1996).

I soggetti che arrivano da noi sono in genere persone che nel loro paese hanno lottato a lungo contro una dittatura, o contro una situazione politica che li privava di ogni libertà; che hanno visto scomparire compagni o hanno subito loro stessi ingiustizie per aver protestato. Quello che si va cercando è un posto dove si vedano i propri diritti rispettati, in cui la propria identità e autonomia vengano accolte senza pregiudizi. Possiamo ipotizzare che, spesso, una previa conoscenza del luogo che accoglierà l’emigrante crea un’aspettativa che rimane maggiormente ancorata alla realtà e che, quindi, spiana il terreno per una più completa integrazione. Nel caso dei rifugiati, però, spesso non si ha il tempo per decidere consapevolmente dove andare. Vengono avvisati, a volte all’ultimo momento, di una barca che parte dalle coste del loro Paese. L’importante è allontanarsi da ciò che li perseguita e qualsiasi mezzo e condizione sono considerati leciti, se in gioco c’è la propria sopravvivenza.

Si tendono, cioè, ad accomunare i diversi paesi comunitari, in un unico complesso immaginativo di prosperità, accoglienza e opportunità lavorative, senza però distinguere nello specifico il paese prescelto. Tali aspettative rendono il soggetto più vulnerabile di fronte alle inevitabili delusioni che, quindi, determineranno un rallentamento dell’integrazione.

Quello che viene alimentato è, invece, il sogno di una libertà, la fantasia di arrivare ed ottenere in fretta l’asilo, per poter trascorrere un momento di tranquillità. Quasi mai si contempla l’idea di essere trattati come clandestini, di dover ricominciare tutto da capo, di dover dare in continuazione spiegazioni di quella fuga. Questi individui si ritrovano a spogliarsi della loro identità di militanti, di rivoluzionari, di attivisti politici e si ritrovano per un periodo a vagare “nudi” in una terra straniera, perché non sanno ancora quali vesti indossare. Gli ideali che fino a quel momento hanno sostenuto e alimentato il loro percorso biografico devono essere messi da parte, perché non più funzionali alla sopravvivenza.

Joseba Achotegui, influente psichiatra basco studioso di migrazioni, è riuscito ad assemblare i diversi sintomi riscontati nei migranti, in un unico disturbo che denomina “Sindrome di Ulisse” (2000). Il riferimento all’eroe di Omero non è casuale, ma riflette il senso del disagio provocato da un’ambivalenza di sentimenti: da una parte, la spinta e l’enfasi nell’iniziare una nuova vita nel Paese di destinazione; dall’altra lo smarrimento dovuto alla lontananza dalle certezze, dal distacco dagli affetti, dall’impatto con civiltà diverse. Questa contrapposizione emozionale crea un intenso disorientamento nel migrante, che spesso cade in una forte depressione, che pregiudica il progetto migratorio. A volte queste sensazioni sono appoggiate su basi più profonde. Disagi non risolti, che sono stati seppelliti dalla coscienza, come una bomba innescata, possono esplodere da un momento all’altro. Possono prendere delle forme che il soggetto non riconosce proprie, che lo confondono, che lo spostano dalla direzione degli obiettivi con i quali è partito. Il dolore riemerge sotto forma di comportamenti distruttivi che impediscono l’adattamento. C’è un suicidio silenzioso, un’autodistruzione che si manda avanti inconsapevoli della fonte di questa furia. Il dolore rimosso trova terreno fertile nell’identità disgregata del migrante disorientato. Non è più arginato dalle robuste barriere difensive di prima; il nuovo contesto le ha assottigliate, così da permettere al disagio, ignorato da tempo, di riversarsi disordinatamente nella vita dell’individuo. Nei rifugiati è una realtà abbastanza comune, in quanto spesso sono stati vittime di torture, di persecuzioni, hanno perso familiari o amici per una causa che includeva anche loro. Il terrore nei confronti di un nemico persecutorio, misto al senso di colpa per aver ceduto ad abbandonare la battaglia, rallenta in maniera considerevole il processo d’integrazione. È difficile superare quella fase in cui ci si guarda indietro, perché, in qualche modo, consente l’illusione di mantenere un legame con ciò che non si ha più.

La figura dello psicologo aiuta a dare significato al distacco da un’immagine di sé, che, se pur dolorosa, ha creato attaccamento e riconoscimento. L’identità si sposta da militante, a ex militante, a esiliato, a rifugiato, ma qui si blocca. Con un supporto che insiste su questo stallo, essa può invece svilupparsi in qualcos’altro, qualcosa che abbia un’aderenza consapevole con il contesto cui ora si appartiene. Si scappa per non essere riconosciuti; si arriva finalmente in un paese in cui non si è “nessuno”, ma superato il primo sospiro di sollievo, ci si rende conto che è una condizione sociale che terrorizza, che non dà speranza, che fa sprofondare nella solitudine. L’identità, come abbiamo visto, è disgregata: non si ci si può poggiare su quella passata, perché non sarebbe coerente con il nuovo paese, né crearsene una nuova, perché non si sa da dove partire. Il setting creato nell’incontro con i professionisti, serve da contenitore di quelle emozioni troppo dolorose per essere tirate fuori altrove. È utile al soggetto per riordinare i tasselli della sua vita, delle scelte intraprese, delle relazioni che lo circondavano. È necessario a rielaborare la colpa dell’emigrazione e la colpa per il fallimento del progetto migratorio. Il colloquio psicologico segna una pausa tra la vita di prima e la vita di adesso, cercando di ricucirle insieme attraverso una trama consapevole. Crea uno “Spazio transizionale” in cui il migrante-bambino, elabora un distacco dalla terra-madre, per poter affrontare il nuovo contesto. È importante prendere coscienza del passato e delle ferite riportate, e far di queste una risorsa per il futuro. Molti intervistati sognano di poter riscattare la loro esperienza attraverso l’aiuto di persone che hanno subito gli stessi loro torti. Non ignorando, ma riconoscendo l’importanza di quello hanno sopportato, possono essere in grado, oggi, di trovare un riscatto.

Autore: Claudia Notari

Laureata in Psicologia Dinamica e Clinica della Persona, della Comunità e delle Organizzazioni presso l'Università degli Studi "Sapienza" di Roma. Iscritta all'Albo degli Psicologi della Regione Lazio con numero d'ordine 18227. Specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo presso la scuola "Scuola di Formazione in Psicoterapia a indirizzo dinamico" (S.F.P.I.D.) di Roma.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Risolvi questa operazione *