Attacchi di panico: un disturbo che fa paura


Si calcola che sopra il 2% della popolazione europea soffra di un disturbo da attacchi di panico (Esemed, 2000). Ma queste percentuali valgono soltanto se consideriamo il disturbo da attacchi di panico conclamato, definito secondo i criteri del Manuale Diagnostico-Statistico dei disturbi mentali; in realtà, le persone che sperimentano uno o più attacchi di panico nel corso della loro vita sono molte di più, al punto da far sorgere il dubbio che un singolo attacco di panico costituisca quasi una norma, nell’esperienza di vita complessiva di una persona.

Si tratta di un’esperienza terrificante, come un tornado che sconvolge e lascia senza forze. Il battito cardiaco aumenta, cresce la sudorazione, aumenta la frequenza respiratoria fino al punto in cui sembra di restare senza fiato nè aria. Possono essere presenti tremori, la sensazione di soffocare, nausea e la paura di impazzire o di perdere il controllo (APA, 2013).

Superare il disturbo da attacchi di panico

Come si può immaginare, la ricerca di una soluzione a questo problema, se si soffre di questo disturbo, diventa un’assoluta priorità. Trascurando intenzionalmente di menzionare gli interventi farmacologici, che secondo alcuni (vedi Caputo e Milanese, 2017) sarebbero decisamente sopravvalutati nella loro efficacia, dobbiamo focalizzarci sugli interventi psicoterapeutici, che come vedremo non devono necessariamente essere lunghi e costosi.

Spesso, infatti, il disturbo da attacchi di panico si struttura come una spirale in cui la paura di poter avere nuovamente un attacco di panico congela in un terrore paralizzante, che a sua volta costruisce l’attacco di panico successivo. La trappola si chiude, in altre parole, attorno al tentativo reiterato di controllare le proprie reazioni, al fine di evitare il verificarsi dell’attacco successivo; proprio tale sforzo crea le condizioni necessarie alla crisi (Nardone, 2016). Considerando il carattere circolare del meccanismo degli attacchi di panico, l’intervento terapeutico per superarli deve necessariamente ricalcare il modo in cui questo fenomeno si manifesta. In questo senso, assume particolare rilevanza, in termini di efficacia ed efficienza, una tecnica che si configura come l’evoluzione della cosiddetta intenzione paradossale (Ascher e Schotte, 1999), cioè la Peggiore Fantasia (vedi Nardone, 2010). All’interno di questa ingiunzione, solo apparentemente illogica, viene prescritto al paziente di sforzarsi, in un contesto ritualizzato di mezz’ora ogni giorno, di stimolarsi proprio quei sintomi ansiosi che cerca di eliminare; di trovare le peggiore fantasie, di sforzarsi di stare più male possibile.

Come funziona la Peggiore Fantasia?

Come abbiamo visto, gli attacchi di panico sono nutriti e incrementati proprio dai tentativi messi in atto per evitare il loro ripresentarsi, dalle loro tentate soluzioni (Watzlawick et al., 1974). In particolare, le sensazioni di paura, unite alla sperimentata incapacità a controllarle, attivano un complesso sistema di allarme che sfocia nella crisi. La tecnica della peggiore fantasia porta al collasso questo meccanismo, prescrivendo l’attacco, cosa che provoca l’estinzione della possibilità che l’attacco stesso si verifichi. Naturalmente, i protocolli della Terapia Breve Strategica per i problemi di natura paurosa e fobica sono ormai complessi e contemplano altre prescrizioni oltre alla peggiore fantasia, che però rimane l’asse portante del trattamento.

Notando la velocità di risoluzione di alcuni disturbi invalidanti, quale quello di cui abbiamo trattato, non possiamo non concludere con una citazione di Arthur Clarke:

“Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Arlington: American Psychiatric Association.
  • Ascher, L. M., & Schotte, D. E. (1999). Paradoxical intention and recursive anxiety. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 30(2), 71-79.
  • Caputo, A., Milanese, R. (2017). Psicopillole: per un uso etico e strategico dei farmaci. Milano: Adriano Salani.
  • Dattilio, F. M. (1987). The use of paradoxical intention in the treatment of panic attacks. Journal of Counseling & Development, 66(2), 102-103.
  • ESEMeD/MHEDEA 2000 Investigators, Alonso, J., Angermeyer, M. C., Bernert, S., Bruffaerts, R., Brugha, T. S., … & Gasquet, I. (2004). Prevalence of mental disorders in Europe: results from the European Study of the Epidemiology of Mental Disorders (ESEMeD) project. Acta psychiatrica scandinavica, 109, 21-27.
  • Nardone, G. (2010). Paura, panico, fobie. La terapia in tempi brevi. Firenze: Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico. Liberi per sempre dalla paura patologica. Firenze: Ponte alle Grazie.
  • Schulenberg, S. E., Hutzell, R. R., Nassif, C., & Rogina, J. M. (2008). Logotherapy for clinical practice. Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training, 45(4), 447.
  • Watzlawick, P., Fisch, R., Weakland, J. (1974). Change: principles of problem formation and problem resolution. New York: Norton.

Autore: Giacomo Crivellaro

Psicologo e psicoterapeuta. Dopo la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche si è specializzato in Psicologia Clinica. Formato in psicoterapia del disturbo post-traumatico secondo la modalità T.I.R. (Traumatic Incident Reduction), nei Metodi Attivi e in Terapia Breve Strategica. Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana al numero 6321. Sito web: www.giacomocrivellaro.it

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