Agorafobia e attacchi di panico

L’agorafobia viene definita come l’ansia o la paura di essere in luoghi o situazioni da cui sarebbe difficile fuggire oppure non potrebbe essere disponibile soccorso nell’eventualità che si sviluppino sintomi simili al panico o altri sintomi imbarazzanti e invalidanti. Essa consiste in evitamenti di tre generi di situazioni:

  1. quelle caratterizzate da solitudine, intesa come lontananza da luoghi e/o persone familiari;
  2. situazioni di costrizione fisica, come trovarsi in spazi chiusi come cinema, ascensori, treno, aereo;
  3. spazi vasti e aperti come le piazze.

Tutte queste situazioni vengono attivamente evitate dalla persona agorafobica oppure viene richiesta la presenza di un accompagnatore, così che non si attivino i sintomi ansiosi. L’agorafobia presenta bassi indici di remissione spontanea e normalmente si sviluppa come conseguenza di un disturbo da attacchi di panico.

Da un punto di vista fenomenico l’agorafobia spesso si manifesta dopo aver attraversato un periodo di stress intenso, come una grave malattia, propria o di una persona cara, la fine di una storia sentimentale, dopo una gravidanza, dopo una promozione lavorativa o dopo un insuccesso come per esempio un licenziamento. Ma come mai tutte queste situazioni, che di per sé non sono sufficienti a spiegare la paura o l’ansia esperita dal soggetto, possono essere ridotte dalla presenza di un accompagnatore? Cosa teme realmente il soggetto agorafobico?

La persona con agorafobia teme di non sapersi gestire in alcune situazioni, teme di perdere autonomia decisionale e di non sentirsi ben presente a se stesso, come se fosse una sorta di “zombie”, teme ciò che possiamo riassumere come indebolimento del senso di sé che per l’agorafobico è una condizione assolutamente intollerabile e pericolosa che lo porta a sperimentare una forte ansia che può arrivare all’attacco di panico. Per questi motivi è così importante la presenza di un’altra persona, ma che non può essere una persona qualunque ma una persona capace di rinforzare il senso di sé, per questo viene solitamente identificata con un familiare, il partner, un amico intimo, perché queste persone sono in grado di restituire identità al soggetto, così rinforzandosi il senso di coesione interna del sè, l’ansia si riduce.

Se a queste persone, che non vogliono restare a casa da sole perché temono che possano insorgere sintomi di panico ,viene chiesto se preferiscono la presenza del loro bambino piccolo o di un adulto poco conosciuto ma che sarebbe in grado di fornirgli aiuto in caso di necessità, rispondono dicendo che la presenza del loro bambino sarebbe molto più rassicurante. Questo può essere spiegato perché una persona familiare ha la funzione di incrementare il senso di sé attraverso una relazione in cui ci si riconosce reciprocamente, svolge pertanto un ruolo identitario che non può essere assolto da un conoscente.

Bibliografia
  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorder (DSM-V). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
  • Gragnani A., Paradisi G., & Mancini F. (2011). Un modello cognitivo del Disturbo di Panico e dell’Agorafobia: Aspetti psicopatologici e trattamento. Psicobiettivo, vol 31 (3), 36-54.
  • Perdighe C. & Mancini F. (2013) (a cura di), Elementi di Psicoterapia Cognitiva. Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Autore: Elisa Tanzini

Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Ha ottenuto il diploma di specializzazione presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva srl di Roma ed ha conseguito la laurea triennale in Psicobiologia presso l’Università di Padova. Iscritta all’Albo degli Psicologi della Toscana con numero d’ordine 6772.

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